La Recensione di Sully: un atto di eroismo?

Sully è un film biografico, drammatico del 2016 diretto da Clint Eastwood, con Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney e Anna Gunn, al cinema dal 1 dicembre.
Leggi il cast completo e la trama su Cinemamente.

Basato sul libro Highest Duty scritto dal protagonista e Jeffrey Zaslow, Sully riesce nell’impresa di descrivere dettagliatamente le fasi concitanti di quel movimentato giorno che fortunatamente non ha registrato morti, ma ha fatto guadagnare al capitano Sullemberger il titolo di eroe.

Un titolo che egli non sente veramente di meritare perché ha soltanto fatto il suo dovere arrivando ad un insperato lieto fine.

Nonostante la trama non sia assolutamente articolata, il regista Clint Eastwood costruisce un piccolo capolavoro grazie agli intelligenti tuffi tra passato e presente per farci entrare nella testa invasa da preoccupazioni e riflessioni del pilota.

Un pilota che Tom Hanks interpreta in scioltezza con uno sguardo attorcigliato ed una lucidità che consentono di mantenere la calma ad un veterano dei cieli, abbastanza sordo all’acclamazione popolare per tener conto principalmente dei tanti domani che lo accompagneranno stressandolo sicuramente.

Uno stoicismo complicato da mantenere, complici il post coraggioso ammaraggio composto da un’agenzia investigativa col compito di emettere rapporti in merito agli incidenti che coinvolgono aeroplani, navi treni, oleodotti e gasdotti (NTSB) e una moglie preoccupata per gli esiti economici e affettivi di questo incidente-salvataggio in mare.

Se lo scontro verbale con i “cattivi” è senza dubbio la parte migliore perché ci permette di vedere un Sully combattivo, razionale e coscienzioso che fa valere le proprie idee giocando sull’importantissimo fattore dell’umanità, altrettanto non possiamo dire nel suo dialogo necessariamente telefonico con la moglie Lorraine (Laura Linney) apparso come un’altra forzatura eroica di cui si poteva fare a meno.

Accanto al capitano in quasi cinque lunghissimi minuti per decidere come agire per riportare tutti a casa la pelle, abbiamo il collega Jeff Skiles (Aaron Eckhart), la cui simpatia è essenziale per sdrammatizzare una giornata lunga quasi un anno che rischia di costar loro il posto di lavoro soltanto perché la decisione presa in 208 secondi, teoricamente, era l’ultima opzione da prendere in considerazione.

Le fotografie, l’impegno a ricostruire molto verosimilmente quel freddissimo inverno del 2009, la tensione finale, che tiene col fiato sospeso anche conoscendo l’esito finale, ed una colonna sonora entrata sempre in gioco col giusto tempismo valgono i soldi del biglietto assieme ad un meritato applauso per aver descritto i fatti sia dal punto di vista limitativo dell’opinione pubblica, sia dal punto di vista giudiziario.

Un tema dell’eroe, quindi, sudato e rivisitato dallo stesso Sully, che accetta di condividere il premio assieme ad ogni singolo membro della squadra che ha contribuito al miracolo di Hudson dimenticando in parte una ferita ancora aperta come l’11 settembre 2001.

Una dimostrazione che a New York c’è ancora gente in gamba disposta a lottare fino all’ultimo contro ogni avversità sperando che il massimo impegno paghi e a volte fortunatamente tutti tornano a casa ed è impossibile privarsi dei festeggiamenti.

Giovanni Calogero



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